Convegno Insubria

Il Servizio sanitario deve scegliere dove investire

Esperti e dirigenti discutono appropriatezza, liste d’attesa, cronicità e sostenibilità del modello pubblico.

Il Servizio sanitario deve scegliere dove investire

Il Servizio sanitario nazionale non può più limitarsi a fare di più. Deve stabilire dove destinare risorse sempre più limitate, verificare quali interventi producano realmente salute e costruire percorsi centrati sulle persone. È il tema emerso durante il convegno ospitato nell’Aula Magna dell’Università dell’Insubria, in occasione della presentazione del Rapporto 2025/2026 promosso dalla Fondazione per la Sussidiarietà e curato dal professor Giorgio Vittadini.

La Fondazione, nata nel 2002, dedica studi e ricerche ai temi sociali, economici e istituzionali. L’edizione presentata affronta le condizioni necessarie per garantire universalità, equità e sostenibilità al sistema sanitario pubblico. L’incontro, moderato dal direttore del Sole 24 Ore Fabio Tamburini, ha riunito Camilla Callegari, professoressa di Psichiatria dell’Università dell’Insubria, Carlo Nicora, direttore generale della Fondazione Molina, Francesca Rovera, presidentessa della Scuola di Medicina dell’Insubria, e Sergio Segato, direttore del Dipartimento malattie dell’apparato digerente, nutrizione e metabolismo dell’Asst Sette Laghi.

Risorse e appropriatezza

Carlo Nicora ha posto al centro del dibattito la necessità di compiere scelte. In un Paese che invecchia, con oltre quattro milioni di persone non autosufficienti e una popolazione attiva destinata a ridursi, non è sufficiente chiedere nuove risorse, maggiore efficienza o un aumento delle prestazioni. Occorre decidere dove concentrare professionalità e finanziamenti. Secondo Nicora, molti margini di recupero organizzativo sono già stati utilizzati e quelli ancora disponibili richiedono decisioni complesse, talvolta impopolari.

La questione riguarda anche la rete ospedaliera e il trasferimento di risorse verso prevenzione e territorio. Prima di aumentare l’offerta per ridurre le liste d’attesa, è necessario interrogarsi sull’appropriatezza della domanda. Il modello ospedalocentrico, pensato per bisogni acuti ed episodici, deve confrontarsi con la crescita della cronicità. Una persona anziana con più patologie e un caregiver in difficoltà non ha bisogno soltanto di prestazioni successive, ma di un progetto assistenziale unitario, costruito da professionisti in grado di lavorare insieme.

Da qui deriva l’esigenza di rafforzare la continuità dei percorsi, misurare gli esiti e creare équipe multiprofessionali orientate al paziente, non soltanto al singolo reparto. Nicora ha inoltre sottolineato che il personale non si trattiene esclusivamente attraverso la leva economica: sono importanti anche ambienti di lavoro nei quali medici, infermieri e ricercatori possano riconoscere il significato della propria attività. La sostenibilità, ha osservato, non mette in discussione il diritto universale alla cura, ma impone di valutare quali interventi producano valore.

Prestazioni e risultati

Sergio Segato ha richiamato l’attenzione sul ruolo dei professionisti, spesso appesantiti dalla burocrazia. Moduli, certificazioni e procedure amministrative assorbono tempo medico in un contesto nel quale alcune specialità registrano già carenze di personale. Il docente ha inoltre messo in discussione il rapporto automatico tra aumento delle prestazioni e riduzione delle attese, citando dati Agenas: dalle 670 milioni di prestazioni ambulatoriali del 2019 si sarebbe arrivati a un miliardo nel 2023, mentre le risonanze osteoarticolari sarebbero cresciute da circa 1,5 a 2,5 milioni.

La crescita quantitativa, però, non dice da sola quale beneficio abbia prodotto per la salute. Una colonscopia ripetuta senza indicazione, è stato osservato, non rappresenta soltanto una prestazione superflua: occupa uno spazio che potrebbe essere destinato a chi ne ha effettivamente bisogno. L’appropriatezza diventa quindi un criterio decisivo per valutare il funzionamento del sistema e per superare l’idea che aumentare l’offerta significhi automaticamente curare meglio.

Camilla Callegari ha evidenziato che la salute mentale richiede percorsi capaci di coinvolgere famiglia, scuola, università, territorio e terzo settore. Francesca Rovera ha invece sottolineato l’importanza di formare medici in grado di utilizzare tecnologie avanzate, ma anche di osservare il paziente, comunicare una diagnosi e costruire un’alleanza terapeutica. Il confronto ha così ricondotto la sostenibilità non soltanto ai conti e all’organizzazione, ma anche alla capacità di restituire senso, responsabilità e relazione al lavoro di cura.