Difese in aula

Processo Nerone a Varese, appello contro l’aggravante mafiosa

Gli avvocati negano la presenza di una cosca attiva tra Lavena Ponte Tresa e Valmarchirolo e contestano il richiamo al metodo criminale

Processo Nerone a Varese, appello contro l’aggravante mafiosa

Le difese degli imputati condannati in primo grado a Varese hanno presentato appello contro il riconoscimento dell’aggravante mafiosa nel processo Nerone. Il procedimento nasce da un’indagine su una serie di incendi avvenuti nella zona della Valmarchirolo oltre dieci anni fa e riguarda contestazioni come estorsioni, violenza privata, spaccio di droga e minacce.

Gli atti di impugnazione sono stati depositati dopo la pubblicazione, la scorsa estate, delle motivazioni della sentenza di primo grado. Secondo le difese, il fatto che gli imputati avessero suscitato nelle vittime una condizione di soggezione non sarebbe sufficiente a dimostrare l’aggravante prevista per i reati commessi con modalità mafiose.

Il nodo della presenza sul territorio

La tesi sostenuta dall’avvocato Corrado Viazzo, difensore della maggior parte degli imputati, è che l’aggravante possa essere riconosciuta soltanto quando l’organizzazione criminale sia stata concretamente attiva nel territorio in cui sono stati commessi i reati. Non basterebbe, quindi, un generico richiamo alla mafia o a presunti legami con ambienti criminali lontani.

Nel ragionamento dei legali, la cosca o la ’ndrina avrebbe dovuto trovarsi nelle condizioni effettive di operare nella zona interessata, esercitando un’influenza riconoscibile sulle persone offese. Le difese sostengono inoltre che le vittime non fossero consapevoli di eventuali appartenenze o vicinanze degli imputati a gruppi criminali dotati di coperture mafiose.

Il richiamo alla giurisprudenza

Gli appelli citano la giurisprudenza della Cassazione, secondo cui la condotta deve assumere una veste tipicamente mafiosa e la minaccia deve richiamare, nella percezione della vittima, il comportamento proprio di un appartenente a un sodalizio criminale. Tra gli elementi considerati figurano la presenza di organizzazioni mafiose nel territorio, i riferimenti espliciti a tali gruppi e le concrete modalità di coercizione.

Proprio la presenza territoriale viene indicata dalle difese come l’elemento decisivo. Secondo la ricostruzione contenuta negli atti, la parte settentrionale della provincia di Varese non avrebbe registrato, salvo precedenti operazioni dei primi anni Novanta, infiltrazioni mafiose tali da configurare un controllo stabile dell’area.

I legali richiamano in particolare la diversa collocazione delle realtà criminali individuate nella geografia giudiziaria del Varesotto, citando Legnano e Busto Arsizio, oltre all’indagine Hydra, che avrebbe circoscritto l’operatività della cosiddetta Super cupola a partire da Gallarate. Da questa ricostruzione deriva la conclusione che Marchirolo, Lavena Ponte Tresa e i comuni vicini non avessero una contiguità riconoscibile con associazioni mafiose.

Sarà ora la Corte d’appello di Milano a valutare le argomentazioni delle difese e la tenuta della decisione di primo grado sul riconoscimento dell’aggravante. L’esito del giudizio dovrà stabilire se le condotte contestate siano state effettivamente caratterizzate da modalità mafiose nel contesto territoriale indicato dagli imputati.