Memoria educativa

Gli anni Sessanta al Villaggio Cagnola dopo l’utopia

Una testimonianza rievoca quattro stagioni tra disciplina, collegio comunale e ricordi personali.

Gli anni Sessanta al Villaggio Cagnola dopo l’utopia

Giovanni Boccoli visse al Villaggio Sandro Cagnola della Rasa di Varese dal 1964 al 1968, tra gli 11 e i 14 anni. La sua lettera ricostruisce un periodo poco documentato della storia della struttura, spesso ricordata soprattutto per l’esperienza pedagogica degli anni Cinquanta guidata da Sergio Rossi e Rosina Lama. Secondo il racconto, anche dopo la conclusione di quella fase il Villaggio continuò a essere abitato e vissuto da molti ragazzi, in un contesto però profondamente cambiato.

La gestione comunale

Dopo la stagione dell’autogoverno e della cosiddetta Repubblica dei ragazzi, la struttura passò sotto la gestione diretta del Comune di Milano. Il Villaggio divenne così un’istituzione assistenziale laica e organizzata secondo procedure standard, con un direttore stabile affiancato da giovani assistenti universitari milanesi, soggetti a frequente ricambio. La continuità quotidiana era garantita soprattutto dal personale della cucina e delle pulizie, proveniente dalla Rasa e dai comuni vicini.

Per Boccoli, la differenza rispetto ai collegi religiosi frequentati in precedenza fu evidente fin dall’inizio: alla Rasa i ragazzi disponevano di una collina e di ampi spazi, quasi senza confini. Quella libertà fisica conviveva però con una gestione che l’autore descrive come fortemente burocratizzata e orientata al controllo. La distanza tra l’ampiezza dell’ambiente e la rigidità delle regole avrebbe prodotto, nella vita quotidiana, contraddizioni e tensioni profonde.

La punizione collettiva

Un episodio ricordato nella lettera riguarda la vigilia della gita annuale, prevista per tre giorni e destinata a tre classi. Due ragazzi, durante un gioco sulla collina, fecero rotolare e rompere un manufatto di cemento destinato alle fognature. Il direttore riunì gli ospiti e minacciò di annullare il viaggio se non fosse emerso il nome dei responsabili, invitando inoltre i ragazzi a riferire separatamente nel suo ufficio.

Il gruppo mantenne il silenzio e nessuno indicò i colpevoli. I due responsabili, tuttavia, non si fecero avanti e la direzione decise di annullare la gita. Nel suo ricordo, Boccoli considera la scelta sproporzionata: il valore del manufatto era modesto rispetto al costo del viaggio e il cemento rotto rimase sul prato. L’episodio diventa così, nella sua lettura, il simbolo di una disciplina fondata sulla punizione collettiva, contrapposta al modello degli anni Cinquanta, quando i danni sarebbero stati affrontati attraverso la responsabilizzazione e il lavoro nei laboratori interni.

La pressione dell’autorità, prosegue la testimonianza, finiva per condizionare anche la sfera emotiva dei ragazzi. Boccoli ricorda in particolare il giorno in cui fu convocato d’urgenza nell’ufficio del direttore. Temendo di essere chiamato a rispondere di una colpa, raggiunse la presidenza con apprensione. Lì apprese che suo padre era morto in ospedale per una malattia. La prima reazione, racconta, fu un paradossale sollievo: per un istante pensò che fosse accaduto qualcosa di meno grave, legato a una punizione. Non per insensibilità, spiega, ma per l’abitudine alla paura e alla minaccia disciplinare.

La lettera non propone una ricostruzione completa del Villaggio Cagnola, ma affida alla memoria un’esperienza personale e collettiva. Gli anni Sessanta alla Rasa, sostiene Boccoli, non furono un vuoto tra la stagione dell’autogoverno e le vicende successive: furono un periodo reale, segnato dalla presenza di centinaia di ragazzi e da un modello educativo diverso, più istituzionale e burocratico. Il racconto chiede quindi che anche questa parte della storia del Villaggio venga ricordata.