Tra gli italiani che lavorano in Ticino emerge una marcata differenza tra uomini e donne sia sul piano salariale sia in prospettiva previdenziale. I dati sono contenuti nella ricerca Lavorare oltre confine, realizzata da BiblioLavoro, il centro studi della Cisl Lombardia, per Cisl dei Laghi, Cisl Sondrio, Cisl Piemonte Orientale e il sindacato ticinese Ocst. Il questionario è stato compilato online da 1.542 frontalieri nel maggio 2026, in gran parte iscritti all’Ocst. I risultati sono stati presentati sabato 24 ottobre a Ville Ponti, a Varese.
Le donne rappresentano il 38,5% degli italiani occupati in Ticino. In provincia di Varese le frontaliere sono 12.164, pari al 39% del totale, mentre nel campione analizzato raggiungono il 42,4%. Proprio gli indicatori relativi alla componente femminile evidenziano alcuni degli squilibri più netti rilevati dalla ricerca.
La differenza nelle buste paga
Il 13,4% delle frontaliere dichiara uno stipendio inferiore a 2.500 franchi lordi al mese, contro il 2,6% degli uomini. Sotto quota 3.000 franchi si trova il 25,4% delle donne e l’8,2% degli uomini. Considerando la soglia dei 3.500 franchi, le percentuali sono rispettivamente del 41,5% e del 17,4%. Nella fascia più alta, quella di chi guadagna almeno 5.000 franchi, rientra invece il 41,1% degli uomini e il 22,2% delle donne.
Una parte del divario è legata alla diversa partecipazione al lavoro a tempo pieno. L’85,3% degli uomini lavora con un impiego completo, mentre tra le donne la quota scende al 51,1%. Quasi una frontaliere su due, il 48,9%, ha quindi un contratto a percentuale ridotta. Le formule più frequenti sono quelle all’80%, al 70% e al 60%, che riguardano rispettivamente il 18,2%, l’8,3% e il 6,6% delle intervistate.
Secondo i ricercatori, tuttavia, il part-time non basta a spiegare la disparità. Mettendo a confronto età, titolo di studio, percentuale di impiego e ruolo professionale, gli uomini dichiarano in media circa 520 franchi lordi in più al mese rispetto alle donne anche a parità delle altre condizioni considerate. Il risultato è indicato come statisticamente significativo e, nella valutazione degli autori, mostra che il divario non è interamente riconducibile alle caratteristiche analizzate.
Le conseguenze sulla previdenza
Le differenze possono riflettersi anche sulla pensione. Il 74% delle donne intervistate afferma di conoscere poco o per niente il funzionamento della propria cassa pensione, il cosiddetto secondo pilastro. Tra gli uomini la percentuale è del 66%. La questione riguarda in particolare chi lavora a tempo parziale o svolge più impieghi.
Nel 2026 l’iscrizione obbligatoria alla cassa pensione scatta quando lo stipendio annuo percepito presso un singolo datore di lavoro supera i 22.680 franchi. Chi ha diversi impieghi di importo ridotto può quindi rimanere escluso dalla copertura anche se la somma dei redditi supera quella soglia. L’esempio riportato nella ricerca è quello di una persona che guadagna 15mila franchi da un’azienda e 15mila da un’altra: nessuno dei due datori, singolarmente, sarebbe tenuto ad assicurarla.
Su questo punto l’Ocst e la sua organizzazione nazionale Travail.Suisse chiedono che gli stipendi ricevuti da più datori di lavoro vengano sommati ai fini previdenziali. La ricerca affronta inoltre il tema dei congedi familiari: in Svizzera il congedo di maternità dura 14 settimane, mentre quello per il padre è di due settimane dal 2021. Travail.Suisse e Ocst sostengono un’iniziativa popolare, attualmente in fase di raccolta firme, per introdurre 18 settimane per ciascun genitore, non trasferibili, con l’obiettivo di ridurre l’impatto della nascita di un figlio sulla carriera delle madri.
Tra le indicazioni conclusive dello studio c’è anche la richiesta di contrastare il divario retributivo attraverso la contrattazione. Nella prefazione, Contessa parla della necessità di rafforzare l’equità di genere sul piano salariale e occupazionale.