Memoria civile

A Varese, la scuola separata dei ragazzi del Villaggio Cagnola

Una voce adulta rilegge l’esperienza vissuta negli anni Sessanta tra classi dedicate, isolamento e mancata inclusione.

A Varese, la scuola separata dei ragazzi del Villaggio Cagnola

Negli anni Sessanta, i ragazzi del Villaggio Cagnola, alla Rasa di Varese, raggiungevano ogni mattina la scuola media Vidoletti a bordo di un pullman dedicato. Il mezzo li prelevava lungo la strada provinciale e li accompagnava direttamente nel cortile dell’istituto, dove arrivavano come un gruppo compatto, con le divise ordinate e le scarpe lucide.

Il loro ingresso non passava inosservato. Gli altri studenti tendevano a spostarsi e, secondo il ricordo di un ex ospite della struttura, si sentivano anche commenti come cagnolini. L’autore della testimonianza, oggi adulto, osserva quell’episodio senza risentimento verso i compagni dell’epoca, attribuendo la responsabilità principale agli adulti che avevano organizzato la loro quotidianità scolastica.

Classi e spazi distinti

I giovani del Villaggio Cagnola frequentavano una scuola pubblica, ma venivano inseriti in aule separate e suddivisi in sezioni composte da circa venti alunni. Anche l’intervallo si svolgeva in un piccolo cortile interno riservato esclusivamente a loro, senza possibilità di mescolarsi con il resto degli studenti.

Secondo la ricostruzione contenuta nella testimonianza, quella scelta rispondeva a ragioni pratiche ed economiche dell’amministrazione: trasferire i ragazzi tutti insieme risultava più semplice e meno costoso rispetto all’organizzazione degli spostamenti di numerosi insegnanti fino alla Rasa. Una soluzione logistica che, però, finiva per produrre una separazione concreta nella vita scolastica.

Da bambino, racconta l’ex ospite, non percepiva quella condizione come una forma di esclusione. La sua età lo portava ad accettare la separazione come una normalità. Con il passare degli anni, tuttavia, ha riletto quell’esperienza come un limite educativo e umano: proprio nel momento in cui iniziavano a conoscere il mondo esterno, ai ragazzi veniva insegnato soprattutto a obbedire e a restare distanti dagli altri.

Il ricordo oltre Varese

La vicenda del Villaggio Cagnola viene presentata come il riflesso di un più ampio sistema assistenziale nazionale, che per decenni ha accolto migliaia di minori in istituti caratterizzati da regole rigide e da una quotidianità separata. La divisione riguardava diversi aspetti della vita, dagli spazi scolastici ai rapporti tra maschi e femmine, fino alla distinzione tra ospiti interni e persone esterne alle strutture.

La testimonianza si conclude con una domanda rivolta a chi allora aveva responsabilità educative e amministrative: perché non favorire una composizione più mista delle classi e delle sezioni, permettendo ai ragazzi del Villaggio di vivere relazioni più simili a quelle dei loro coetanei? Il desiderio espresso oggi è quello di essere stati considerati parte del mondo comune, senza un marchio imposto dall’organizzazione dell’istituto.

Il racconto dell’ex ospite non riguarda soltanto un ricordo personale, ma propone una riflessione sulle conseguenze delle scelte adottate nelle strutture assistenziali e sulla distanza tra inserimento formale in una scuola pubblica e reale integrazione nella comunità scolastica.