La prudenza finanziaria degli italiani raggiunge nel 2026 il livello più alto mai registrato. Secondo l’Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani realizzata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi, l’indice di avversione al rischio è salito a 33,6, rispetto al 20,5 del 2025 e all’8,1 del 2017.
La ricerca è stata condotta su 1.800 capifamiglia titolari di un conto corrente e restituisce un quadro segnato dalla cautela, ma non dal disimpegno. Il 56% degli intervistati dichiara di essere riuscito a mettere da parte denaro, contro il 58% dell’anno precedente, accantonando in media l’11,9% del reddito disponibile. Per il 28% del campione il risparmio è indispensabile, una quota vicina ai massimi storici.
La cautela delle nuove generazioni
Il dato più marcato riguarda i giovani tra i 18 e i 24 anni. Per ogni intervistato disposto ad assumere rischi negli investimenti, se ne contano 84 contrari. Un orientamento che contrasta con quanto previsto dalla teoria del ciclo di vita, secondo cui le persone più giovani dovrebbero avere un orizzonte temporale più lungo e una maggiore disponibilità a esporsi.
La ricerca collega questa diffidenza alle esperienze maturate durante gli anni della formazione: pandemia, inflazione e crisi geopolitiche avrebbero lasciato conseguenze durature sulla percezione del futuro. I giovani risultano informati sui temi finanziari, ma spesso non riescono a trasformare le conoscenze in fiducia. Anche le donne mostrano una maggiore prudenza rispetto agli uomini: l’indice di avversione al rischio è pari a 41,9, contro il 27,6 registrato tra gli uomini.
Risparmio e investimenti
La ricerca evidenzia tuttavia un apparente paradosso: gli italiani temono il rischio, ma continuano a investire. Il 40% risparmia soprattutto per precauzione, mentre pensione e acquisto della casa rappresentano entrambe la motivazione indicata dal 19% degli intervistati. Seguono i figli, all’11%. Sale invece al 6%, oltre i livelli precedenti alla pandemia, la quota di chi accantona denaro con l’obiettivo di investirlo.
La cautela non coincide però sempre con una gestione più sicura del patrimonio. Quasi il 72% degli investitori possiede portafogli scarsamente o per nulla diversificati e soltanto il 36% sa che un fondo azionario può essere meno rischioso di una singola azione. Per il 50,3% degli intervistati, la valutazione del rischio resta la principale difficoltà quando si decide di investire.
Nel rapporto con gli intermediari, il gestore della banca continua a essere il riferimento più affidabile, indicato dal 47% del campione. Nel 2026 gli acquirenti di obbligazioni, azioni e fondi superano i venditori. Le obbligazioni sono presenti nei portafogli del 23,5% degli intervistati, mentre gli strumenti di risparmio gestito sono posseduti dal 25-30% del campione e ottengono il livello di soddisfazione più elevato.
Anche la diffusione dei servizi digitali non ha sostituito il rapporto diretto con la filiale: il 58,1% opera prevalentemente allo sportello, mentre il 12,8% utilizza soprattutto l’app. A pesare è il tema della fiducia: il 76,5% indica truffe e protezione dei dati tra le principali preoccupazioni. Il quadro delineato dall’indagine è quindi quello di una finanza ibrida, nella quale la tecnologia facilita le operazioni, ma la presenza umana resta centrale nelle decisioni più importanti.