Diritti e società

A Varese il convegno sulle discriminazioni e le narrazioni inclusive

Docenti, istituzioni e associazioni hanno analizzato stereotipi, violenza e intreccio delle disuguaglianze.

A Varese il convegno sulle discriminazioni e le narrazioni inclusive

Superare le narrazioni uniche e dare spazio alle esperienze che restano ai margini. È stato questo il tema del convegno Non una sola storia, ospitato nell’aula magna Granero Porati dell’Università dell’Insubria, in via Dunant a Varese. L’incontro rientra nel progetto SISTER_VA, promosso da Arcigay Varese insieme ai centri antiviolenza EOS Varese e Rete Rosa Saronno.

Ad aprire i lavori è stata una riflessione sul rischio che una sola rappresentazione della realtà finisca per escludere chi fatica a essere ascoltato. Francesca Ferrari, direttrice del Teaching and Learning Center dell’ateneo, ha sottolineato il ruolo dell’università nella formazione del pensiero critico e ha posto alcune domande sul modo in cui l’insegnamento trasmette rappresentazioni, stereotipi e modelli culturali. Al centro anche il tema dell’accessibilità degli spazi universitari per tutte le persone.

L’assessora ai Servizi educativi e alle Pari opportunità del Comune di Varese, Rossella Dimaggio, ha richiamato il legame tra pregiudizi, scuola e bullismo. Secondo l’amministratrice, molte dinamiche discriminatorie si formano già durante gli anni delle elementari, mentre le istituzioni hanno il compito di orientare i più giovani in un contesto segnato dall’intreccio tra dimensione virtuale e vita reale. Giulia Tiberi, moderatrice dell’incontro, ha invece indicato nell’intersezionalità una delle parole chiave della giornata: le discriminazioni, ha spiegato, non si sommano semplicemente, ma possono intrecciarsi e rafforzarsi.

Tra norme, stereotipi e rappresentazioni

Nel corso della mattinata, diversi docenti dell’Università dell’Insubria hanno affrontato i molteplici aspetti del fenomeno. Dominique Feola ha distinto tra sesso assegnato alla nascita e genere, soffermandosi anche sulla disforia di genere e sulle conseguenze giuridiche della transizione. Jihane Benarafa ha ricostruito il rapporto tra omosessualità, cultura e diritto in Marocco, evidenziando il peso attribuito alla dimensione pubblica della condotta.

Erica Corradi ha analizzato l’origine degli stereotipi di genere, legati alla tendenza del cervello a categorizzare e a cercare certezze. Geo Magri ha messo in guardia dai rischi di discriminazione incorporati nei sistemi di intelligenza artificiale, addestrati su materiali storici che possono riprodurre concetti e pregiudizi ormai superati. Stefano Fanetti ha illustrato il caso della Svizzera, dove alcune norme che criminalizzavano comportamenti omosessuali sono state eliminate soltanto nel 1992, sottolineando che il riconoscimento dei diritti richiede anche un’evoluzione culturale.

Francesca Pulitanò ha affrontato le discriminazioni nello sport, soprattutto nei confronti delle donne. Le imprese atletiche femminili, ha osservato, vengono spesso raccontate attraverso il ruolo familiare o materno, mentre quelle maschili sono presentate principalmente per il valore agonistico. Il modo in cui si descrivono le prestazioni contribuisce così a mantenere differenti aspettative sociali.

Femminicidi e rete territoriale

Giacomo Furlanetto ha dedicato il suo intervento al reato di femminicidio. Nel 2024, ha riferito, in Italia si sono registrati 327 omicidi volontari, 116 dei quali hanno avuto come vittime donne; 106 sono stati classificati come femminicidi. Di questi, 62 sarebbero stati commessi da partner e 37 da familiari. La validità formale di una norma, ha spiegato, non garantisce da sola la sua piena efficacia: servono coordinamento, formazione degli operatori e strumenti capaci di renderla concreta.

La parte conclusiva è stata dedicata ai servizi presenti sul territorio. Giovanni Boschini, direttore esecutivo di Arcigay, ha presentato il Centro Arcobaleno, rivolto alle persone che affrontano discriminazioni e a chi è sopravvissuto a violenze. Il 65% degli utenti ha meno di 35 anni. Oriella Stamerra, presidente del centro antiviolenza Rete Rosa di Saronno, ha invece evidenziato la necessità di una rete senza interruzioni, perché ogni vuoto può rendere più difficile il percorso di protezione.

Secondo i dati illustrati durante il convegno, nel 2026 il centro ha registrato 122 nuovi accessi, 94 accoglienze e 65 prese in carico. Le fasce più rappresentate sono quelle tra 36 e 45 anni e tra 46 e 55, ma risultano in crescita anche le giovani studentesse, passate da 4 a 9. Il 61% delle donne non ha sporto denuncia, mentre il 29% lo ha fatto; il 75% non si è rivolto al pronto soccorso. Aumentano tuttavia gli invii da parte delle forze dell’ordine e dei servizi sociali, elemento indicato come un segnale di maggiore efficacia della rete di sostegno.