La Ambrosetti Marmi di Besozzo lavora da quasi novant’anni nel settore della lavorazione di marmi e pietre, ma oggi deve fare i conti con un paradosso: le commesse non mancano, mentre diventano sempre più difficili da trovare le persone in grado di portarle avanti. A spiegare la situazione è Giangiacomo Ambrosetti, 64 anni, che guida l’azienda insieme al fratello Roberto.
L’attività rischia così di interrompere la propria storia non per l’assenza di lavoro, ma per la mancanza di manodopera e di una successione certa. In famiglia non c’è, al momento, una persona pronta a raccogliere integralmente il testimone. Una figlia sarebbe interessata a mantenere in vita l’impresa, ma il lavoro manuale e la gestione quotidiana di un laboratorio così impegnativo rendono il passaggio complesso.
Dagli scalpellini di Viggiù alla sede di Besozzo
La storia è iniziata con il nonno Arturo, scalpellino di Viggiù, località conosciuta per la tradizione nella lavorazione della pietra. In principio il lavoro aveva soprattutto una componente artistica. Negli anni Trenta, con la crisi, Arturo si trasferì e nel 1938 arrivò a Besozzo. Il primo laboratorio era di dimensioni ridotte, ma si trovava in una posizione favorevole: il materiale giungeva in treno da Milano, veniva scaricato a mano e trasportato per alcune centinaia di metri fino alla sede.
Nel 1956 il padre di Giangiacomo, allora 26enne, acquisì insieme al nonno una nuova struttura in via Michelino da Besozzo. Era un vecchio pollaio, ampliato e adattato per ospitare i primi macchinari. Le lastre venivano tagliate con dischi al carburo, poi arrivarono il carroponte e i dischi diamantati. Con il boom edilizio degli anni Sessanta e la diffusione delle seconde case dei milanesi sul lago, l’attività si orientò soprattutto verso l’edilizia e l’arte funeraria.
Giangiacomo entrò in azienda dopo il servizio militare, nel 1983, mentre il fratello si unì successivamente all’attività di famiglia. Nel 1995 l’impresa si trasferì in una sede più grande e introdusse macchine a controllo numerico a cinque assi. Oggi i due fratelli hanno mansioni distinte: Giangiacomo segue preventivi, misure, rapporti con le imprese e lavorazioni di taglio; Roberto si occupa soprattutto delle finiture e del comparto funerario.
Un mercato ampio, ma poche persone
I clienti sono principalmente imprese edili, in un mercato concentrato nel Varesotto con alcune commesse anche a Milano e in Svizzera. La rapidità di esecuzione, resa possibile dai macchinari, rappresenta uno dei punti di forza dell’attività. In laboratorio lavorano però soltanto quattro persone, una dimensione che rende particolarmente delicato ogni problema legato alle assenze o al ricambio del personale.
I materiali utilizzati arrivano da diverse parti del mondo: il granito nero dal Sudafrica, il bianco cristal dal Portogallo, le quarziti dal Brasile e gli onici dal Pakistan. La scelta delle pietre segue anche le tendenze indicate dagli architetti. Parallelamente, Ambrosetti segnala le difficoltà delle cave italiane, molte delle quali hanno chiuso. Tra gli esempi cita il marmo rosa di Baveno, utilizzato in numerosi edifici di Milano.
Accanto al lavoro in laboratorio, Giangiacomo Ambrosetti è impegnato nell’associazionismo e fa parte di CNA Lombardia Nord-Ovest, nata dall’unione delle organizzazioni di Varese e Como. Il settore dei lapidei, spiega, è numericamente ristretto, ma il confronto con altri artigiani può contribuire ad affrontare problemi comuni e a individuare soluzioni concrete.
Il futuro dell’azienda resta legato alla possibilità di trovare nuove professionalità. Il mestiere del marmista richiede di lavorare tra caldo, freddo, acqua e polvere, oltre a competenze tecniche legate al disegno CAD e alle macchine a controllo numerico. Per Ambrosetti, però, è un lavoro che può ancora offrire soddisfazioni e occasioni di apprendimento. Il nodo resta la continuità: senza nuovi operai e senza un passaggio generazionale sostenibile, anche un’attività con ordini e clienti rischia di non poter proseguire.