Fonti protette

A Varese un workshop sulla sicurezza digitale per giornalisti

Glocal ospita un confronto su rischi, strumenti e buone pratiche per difendere dati, dispositivi e comunicazioni.

A Varese un workshop sulla sicurezza digitale per giornalisti

Una password robusta e un antivirus aggiornato non sono sufficienti a proteggere il lavoro giornalistico. La sicurezza informatica dipende anche dalla consapevolezza dei rischi, dalle abitudini quotidiane e dalla capacità di riconoscere le minacce che possono compromettere dispositivi, dati e comunicazioni. Un aspetto centrale riguarda la tutela delle persone che affidano ai giornalisti notizie, documenti e testimonianze.

Il workshop nell’ambito di Glocal

Il tema sarà al centro del workshop Cybersecurity per giornalisti. Come proteggere sé stessi e le fonti, in programma dalle 9 alle 11 di sabato 14 novembre nell’ambito di Glocal 2026, il festival del giornalismo digitale previsto a Varese dal 12 al 15 novembre. All’incontro parteciperanno Raffaele Angius e Sonia Montegiove, professionisti con esperienze nel giornalismo investigativo, nella protezione dei dati e nella formazione digitale.

Angius è giornalista di IrpiMedia e nel 2020 ha cofondato Indip, giornale d’inchiesta basato in Sardegna. Si occupa di tecnologie di sorveglianza, tutela delle fonti, indagini ambientali e criminalità organizzata, collaborando anche con Wired Italia. Insegna inoltre Privacy e protezione dei dati nel master in Data Protection, Cybersecurity e Digital Forensics dell’Università di Perugia.

Montegiove è giornalista, ingegnera informatica e formatrice sui temi dell’innovazione e dell’educazione al digitale. Ha contribuito agli ebook collettivi di Guerre di Rete, tra cui Generazione AI, Il fronte Cyber e Manualetto di sicurezza informatica per giornalisti e attivisti. Tra i suoi lavori figurano anche Mai dati, scritto con Chiara Lalli, e AI come ansIA, dedicato all’uso responsabile dell’intelligenza artificiale generativa.

Attenzione e strumenti adeguati

Secondo Montegiove, il primo errore consiste nel sottovalutare la sicurezza informatica e nel considerarla un prodotto, come un software da installare. Gli attacchi più efficaci fanno leva su fretta, distrazione e fiducia mal riposta. Per questo, la prima domanda da porsi è che cosa si debba proteggere e da chi. La gestione delle password, il riconoscimento delle minacce e l’uso responsabile dei profili social sono pratiche accessibili anche a chi non ha competenze tecniche.

La protezione delle fonti richiede inoltre di scegliere gli strumenti di comunicazione in base al livello di tutela necessario. Far transitare ogni conversazione da WhatsApp non è considerato una buona pratica: in alcuni casi può essere preferibile utilizzare Signal o altri servizi. Tra le misure indicate figurano anche le VPN, che creano un collegamento cifrato tra dispositivo e server, e la cifratura dei dati su computer, smartphone e servizi cloud. In questo modo le informazioni possono essere lette soltanto da chi dispone della chiave di decifratura.

L’appuntamento di Varese punta quindi a collegare la cybersecurity alla pratica giornalistica quotidiana. La protezione di dispositivi, documenti e comunicazioni non riguarda soltanto il professionista, ma anche la riservatezza delle fonti e la sicurezza delle persone coinvolte nelle attività d’informazione.