Memoria migrante

Operai lombardi sulla ferrovia tra Vietnam e Cina

Un murale custodisce il viaggio del 1903 e le dure condizioni affrontate dagli italiani nel grande cantiere asiatico.

Operai lombardi sulla ferrovia tra Vietnam e Cina

Nel cuore di Marchirolo, tra vicoli e case addossate, un murale raffigura un sorridente mandarino cinese. L’immagine, apparentemente estranea al paesaggio della Valmarchirolo, richiama una vicenda reale: quella degli abitanti del paese partiti all’inizio del Novecento per lavorare alla costruzione della ferrovia del Tonchino e dello Yunnan, tra l’attuale Vietnam e la Cina meridionale.

L’opera, intitolata La ferrovia del Tonchino e realizzata da Gero Ursu, fa parte del museo all’aperto del paese. La maggior parte dei dipinti nacque nei primi anni Ottanta nell’ambito della rassegna L’emigrazione attraverso i secoli, dedicata alle partenze degli abitanti locali, dai maestri artigiani ai frontalieri. I murales trasformarono così il centro storico in un racconto collettivo fatto di lavoro, viaggi, attese, lettere e ritorni.

Il grande cantiere coloniale

La linea ferroviaria ricordata nelle memorie locali rientrava in uno dei più ambiziosi progetti infrastrutturali della Francia coloniale in Asia. Il collegamento partiva dal porto vietnamita di Haiphong, attraversava Hanoi, risaliva la valle del Fiume Rosso e arrivava a Kunming, nello Yunnan. Il tracciato, lungo circa 850 chilometri e a scartamento metrico, doveva collegare le regioni minerarie cinesi ai porti dell’Indocina e alle rotte commerciali internazionali.

La Compagnie française des chemins de fer de l’Indochine et du Yunnan fu costituita nel 1901 e l’opera venne completata nel 1910. La realizzazione impose la costruzione di gallerie, ponti e strutture in muratura in un territorio segnato da montagne, gole, fiumi, foreste e condizioni climatiche difficili. Decine di migliaia di lavoratori asiatici furono impiegati nei cantieri; malattie, incidenti e ambiente ostile provocarono migliaia di vittime.

In questo enorme cantiere internazionale arrivarono anche lavoratori dalla Valmarchirolo. Nel 1903 un gruppo di marchirolesi raggiunse lo Yunnan. Le loro competenze nella costruzione, nella lavorazione del ferro e nelle strutture metalliche contribuirono ai lavori della linea. Insieme a loro operarono lavoratori cinesi e vietnamiti, oltre a tecnici e specialisti provenienti da diversi Paesi occidentali.

Le testimonianze degli emigranti

Una delle fonti più importanti è il diario di Carlo Busti, conservato negli archivi comunali. Le sue annotazioni descrivono baracche, pioggia, umidità, freddo, alimentazione scadente, malattie e condizioni di lavoro pesanti. In una pagina del 17 febbraio 1904, Busti racconta una notte trascorsa in un letto fradicio, con il piede molto gonfio, mentre il pensiero corre alla famiglia lontana.

Poche settimane dopo, il lavoratore annotò anche una canzone sarcastica composta dagli europei del cantiere. Il testo contestava le promesse ricevute prima della partenza, quando erano stati prospettati champagne e una vita agiata, poi sostituiti da acqua, nebbia, umidità e privazioni. La ballata denunciava inoltre lo sfruttamento degli operai e le condizioni imposte dall’impresa.

Tra le opere più note della linea vi fu il ponte sul Nam-Ti, nella regione montuosa dello Yunnan. Non tutti gli italiani tornarono dal continente asiatico e la memoria di molti protagonisti si è progressivamente perduta. A Marchirolo, però, la vicenda è rimasta affidata ai documenti, alle testimonianze familiari e ai dipinti sulle facciate.

La partenza verso l’Asia non fu un caso isolato. Tra Ottocento e Novecento muratori, scalpellini, minatori, terrazzieri e operai specializzati lasciarono numerosi centri lombardi per raggiungere grandi cantieri internazionali. Da Cuggiono partirono lavoratori diretti, tra gli altri, verso il Canale di Corinto, il Gottardo, Suez, Panama e il Congo. Da Lonate Pozzolo molti emigrarono in California, mentre da Cassano Magnago partirono lavoratori legati alla produzione dei laterizi.

La vicenda dei murales marchirolesi racconta quindi un’emigrazione fondata non soltanto sulla necessità di trovare un’occupazione, ma anche sulla possibilità di mettere a frutto un mestiere. Tra le opere dedicate a questo tema figura anche Lou-Kou 1906, realizzata da Antonio Lanza e ispirata alla storia del bisnonno Giacomo Secchi, che partecipò ai lavori della ferrovia insieme ad altri abitanti del paese.

Il percorso comprende dipinti di diversi artisti e richiama anche le esperienze di chi arrivò in Italia da altri Paesi, come il rumeno Aurel Ionescu, stabilitosi a Marchirolo. Il volto del mandarino, dunque, non è soltanto un dettaglio esotico: è il segno visibile di una storia locale intrecciata con le migrazioni, il lavoro e i grandi cambiamenti del mondo contemporaneo.